Monongah 1907

 
Monongah era uno di quei tipici sobborghi che sorgeva nei pressi di una miniera, ubicato a quasi 300 metri di altitudine nello Stato del West Virginia (USA). Il nome Monongah, che secondo alcuni trae la sua origine dal dialetto indigeno, significa “lupo” e (forse solo per puro caso) il paesaggio intorno a Monongah ricorda in un certo qual modo la nostra bella Sila, nonostante il territorio sia molto più esteso.
Le miniere di Monongah, situate sulla biforcazione del fiume Monongahela, si estendevano per circa dieci chilometri a sud della città di Fairmont nel West Virginia. La compagnia che vi operava per l’estrazione del carbone era la “Fairmont Cool Company”. Questa, come da consuetudine in quel tempo, assumeva i lavoratori selezionandoli tra quelli più robusti e in salute. Era inoltre preferibile assumere gruppi di lavoro omogenei, costituiti da lavoratori originari di uno stesso luogo, perciò legati da vincoli di amicizia e di parentela, in modo da poter confidare nell’appoggio altrui per affrontare e sopportare le ostili condizioni di vita nei cantieri. I minatori e le loro famiglie abitavano in baracche, di proprietà della stessa compagnia mineraria, spesso fatiscenti e prive degli indispensabili servizi igienici. Lavoravano anche più di dieci ore al giorno nella polvere, ed erano retribuiti sulla base delle quantità di carbone estratte dal giacimento: nel migliore dei casi riuscivano a percepire 0.75 dollari al giorno, circa 3.75 lire, paga nettamente superiore a quella che percepiva un bracciante agricolo nella Calabria dei primi del ‘900. I nostri emigrati erano consapevoli dei pericoli cui si andava incontro lavorando in miniera, ma erano pronti a correre il rischio con la speranza di mettere da parte abbastanza denaro da investire in un impiego diverso, magari meno rischioso, oppure con il sogno di ritornare nei paesi d’origine.
Il 5 dicembre del 1907 a Monongah era un giorno di festa, per via dell’anticipazione della festività di San Nicola e quel giovedì non si lavorò.
Il giorno successivo si recarono sul posto di lavoro la maggior parte dei minatori, quando alle ore 10.28 di quella sciagurata mattina di venerdì, due esplosioni in rapida successione devastarono le colline sovrastanti, cancellando le gallerie numero 6 e numero 8 della miniera. Le terribili deflagrazioni fecero tremare la terra, come per un terremoto in un raggio di diversi chilometri di distanza dal cuore della disgrazia.
L’eco del boato venne avvertita fino a venti miglia di lontananza e, per lo spostamento d’aria, frammenti di alcuni macchinari vennero scaraventati a centinaia di metri dalla miniera. Non appena il riecheggiare delle esplosioni si esaurì, un coro di grida strazianti si levò dalle misere capanne delle famiglie dei minatori: erano le mogli, i figli, i parenti di quei valorosi lavoratori che appena poche ore prima si erano recati in miniera. Centinaia di persone si raccolsero davanti agli ingressi dei pozzi da cui fuoriusciva un fumo denso e aspro. Voci, dialetti, lingue, urla si accavallavano, mentre i minatori dell’altro turno di lavoro convergevano uniti, al varco delle due gallerie ancora in balia delle fiamme e dell’aria sempre più asfissiante che avvolse l’intera zona. I primi soccorritori rinvennero sei corpi di minatori ancora gravemente feriti; i cinque che riuscirono a salvarsi, di cui tre italiani, riferirono di un gran numero di uomini al loro seguito in preda al panico, alla ricerca dell’uscita da quell’inferno. Le speranze di riuscire a trarre in salvo qualche superstite risultarono vane sin da subito e immediatamente si intuì tutta la difficoltà nell’identificazione di corpi dilaniati.
Dopo alcuni giorni di estenuanti ricerche il numero dei cadaveri estratti dalla miniera contava ben 362 vittime, di cui circa 172 italiani e tra questi tra i 32 e i 37 sangiovannesi. La tragedia di Monongah rappresenta, insieme ad altre (Marcinelle 1956 e Mattmark 1965), una delle tante pagine dolorose della nostra storia di popolo di emigranti. Le regioni italiane coinvolte nella tragedia furono la Calabria, il Molise, l’Abbruzzo, il Veneto, la Puglia, la Basilicata, la Campania, il Piemonte e il Lazio.
Alcuni giornali locali riferirono di una serie di iniziative a sostegno delle famiglie coinvolte, accompagnate dagli elenchi delle vittime della catastrofe. A causa di questa triste circostanza venne eretto un cimitero su uno di quei pendii che tanto ricordavano i monti silani e che circondavano le abitazioni dei nostri emigrati. Molti familiari dei caduti implorarono il ritorno in patria, altri chiesero, semplicemente, l’assistenza necessaria al sostentamento quotidiano. Tra i dispersi buona parte erano ragazzi, i figli dei minatori, appollaiati al buio del sottosuolo americano come pipistrelli. Il loro impiego nelle miniere era favorito da una legge americana (buddy sistem) che permetteva a ciascun minatore di portare con sé un aiuto con cui condividere fatiche e ricompensa.
La tragedia di Monongah del lontano 1907 è rimasta per molto tempo taciuta: era come se nessuno volesse ricordare quella speranza e quei sogni infranti nell’esplosione della miniera. Un tempo l’epiteto “Minonga, Mironga” (Monongah - distorto forse dalla lingua utilizzata dagli emigrati), nel dialetto del nostro paese, rievocava un luogo lontano e pericoloso, ma anche tragiche sparizioni, fughe, fallimenti. Era uno di quei detti locali di cui non si conosceva bene il significato, a volte utilizzato per offendere, per indicare una jattura o peggio per bestemmiare: “Chi vo jre a Mironga!”, “Te piensi ca vaju a Mironga?”.
Tuttavia di questa tragedia non ne parlò per lungo tempo nessuno. Eppure una sciagura che fotografa tutta la storia di San Giovanni in Fiore, fatta di povertà e di emigrazione continua, di coraggio e di paure, di stenti e di speranze. Nell’umile fardello di quegli uomini e di quelle donne, che affrontavano il lungo viaggio oltreoceano per raggiungere l’America, vi erano poche e semplici cose, ma un bagaglio di valori e principi autentici di una civiltà contadina che basava la propria cultura sul rispetto, sul sacrifico, sulla solidarietà e sul lavoro. Oggi a quanti, costretti ad abbandonare il proprio paese, va riconosciuto l’alto merito di aver contribuito al riscatto della propria terra d’origine dalla miseria, nonché al progresso delle comunità d’accoglienza, attraverso il lavoro duro, a volte umiliante, ma di certo un lavoro svolto con dignità e dedizione, con la caparbietà tipica dei sangiovannesi; lavoro che ha consentito spesso di raggiungere obiettivi di prestigio, di alta professionalità e di successo in tutti i settori.
Lavoro e impegno a volte ingrato, costato spesso il sacrificio della propria vita.
L’esodo verificatosi a cavallo dei due secoli scorsi fu un evento collettivo, fatto di tante e significative storie individuali benché diverse l’una dall’altra, tutte segnate dal bisogno, dalla lontananza dagli affetti più cari. Storie tutte accomunate dalla speranza di un futuro migliore. A distanza di molti anni la tragedia mineraria di Monongah viene ricostruita, analizzata e rivelata al mondo grazie soprattutto allo studio di ricercatori e appassionati. Tra questi vanno annoverati Joseph D’Andrea, Norberto Lombardi, Padre Briggs, Vincenzo Gentile, Joseph Tropea, il giornalista Mimmo Porpiglia, e ancora il giornale Gente d’Italia e il nuovo Corriere della Sila, il giornalista Francesco Mazzei con il libro “Le Braccia del Mondo”, le associazioni degli emigrati sangiovannesi “Un Sorriso per gli emigrati” e “Heritage Calabria” e ancora altre personalità ed istituzioni. Nel 2003 il Presidente della Repubblica italiana Carlo Azeglio Ciampi in visita negli Stati Uniti rievoca la tragedia alla presenza di una delegazione del comune di San Giovanni in Fiore; nell’ottobre scorso il Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale Cesare Damiano intervenuto a Campobasso per il centenario della tragedia mineraria negli Usa dichiara: “un popolo che non ha memoria di queste tragedia non ha futuro”.
Ad agosto del 2007 il Consiglio Regionale calabrese fa erigere a Monongah, per la ricorrenza del centenario del più grave incidente minerario della storia americana, una scultura in marmo grezzo, raffigurante una donna minuta, ma forte e determinata. L’eroina di Monongah è una dignitosa donna coraggio a cui si aggrappano due bambini, uno in braccio poggiato al petto, l’altra più grande in piedi che si stringe forte alla madre. A San Giovanni in Fiore nel 1997, a novant’anni dal disastro minerario è stato manifestato ai nostri caduti l’affetto di tutta la città attraverso un murales realizzato dal maestro P. Carbone e commissionato dall’Amministrazione comunale; dal 2004, in piazza Aldo Moro una stele con un piccone incastrato in un blocco di pietra ricorda il sacrificio dei nostri lavoratori.
Dall’ottobre 2005 San Giovanni in Fiore è gemellata con la cittadina di Clarksburg in West Virginia, poco distante da Monongah che oggi ospita diverse famiglie discendenti dai primi emigrati, e proprio in quell’occasione il governatore del West Virginia Joe Manchin III su invito delle istituzioni regionali ha visitato la Calabria per firmare un Patto d’Amicizia e ricevere a San Giovanni in Fiore la cittadinanza onoraria del paese dal quale i suoi antenati un secolo prima erano emigrati. Perché l’emigrazione italiana non è soltanto una storia dolorosa di vittime, discriminazioni e sfruttamento, ma è anche l’odierna realtà di milioni di italiani nel mondo e dei loro discendenti, perfettamente integrati economicamente e socialmente nei paesi d’accoglienza, ma profondamente legati al loro paese d’origine e alla sua cultura.
Il 18 giugno 2007 viene approvato dal Consiglio comunale di San Giovanni in Fiore il Regolamento che sancisce l’istituzione della Consulta comunale dell’emigrazione, per stabilire un ponte ideale sociale e politico tra la nostra comunità e tutti gli emigrati sangiovannesi nel mondo.
La vicenda umana e sociale di Monongah non deve essere, però, solo motivo di commemorazione, ma deve rappresentare l’impegno da parte di tutti noi nella costruzione di una consapevole cittadinanza e di una cultura della sicurezza che possa consentire di evitare il ripetersi di simili tragedie sui luoghi di lavoro. Soprattutto oggi che l’Italia è diventata terra di approdo e di speranza di tanta gente che proviene dai Paesi più poveri del mondo e che, oggi come allora, cerca migliori condizioni di vita.
La rievocazione della tragedia di Monongah deve servire, soprattutto alle giovani generazioni, per riflettere sul fenomeno “emigrazione” e per riconoscere pari dignità e diritti a chi, come è successo a tanti nostri emigrati, lascia la propria terra e la propria famiglia per costruire un futuro migliore.

Visualizza e scarica l'opuscolo sulla tragedia di Monongah

 

In occasione del centenario della tragedia di Monongah, l'Amministrazione comunale di San Giovanni in Fiore ha inteso rendere omaggio alle vittime nel ricordo, attraverso la pubblicazione di un opuscolo informativo distribuito nelle scuole della città, affinchè le giovani generazioni possano conoscere e ricordare una pagina dolorosa che segnò drammaticamente la storia del nostro paese.

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