Gioacchino da Fiore

La vita di Gioacchino rimane ancora oscura per molti aspetti. A cominciare dalla data di nascita. Giaocchino da Fiore nacque a Celico, casale della Presila cosentina, tra il 1130 e il 1135. Figlio di una famiglia benestante, fu avviato agli studi di grammatica e lettere umane nella vicina Cosenza. Ciò gli permise di introdursi alla corte normanna di Palermo assegnato ai notai del re e, più tardi, di recarsi in Terra Santa sentendo il bisogno, come pellegrino, di visitare i luoghi sacri al Cristianesimo: la Siria, la Palestina, Gerusalemme. Un episodio leggendario racconta di una visione che egli avrebbe avuto sul monte Tabor e che gli avrebbe manifestato la comprensione delle Sacre Scritture e dei misteri dell’Antico e Nuovo Testamento. Intorno al 1170 abbandonò il mondo secolare, rifiutando onori e ricchezze, e cercò accoglienza nell’illustre abbazia di Santa Maria della Sambucina, monastero cistercense presso Luzzi, per ravvivare la sua vocazione preferendo un tipo di spiritualità tradizionale. In un contesto in cui lo Stato normanno conobbe un periodo di prosperità, il giovane di Celico desidera una vita più profonda, iniziando con la predicazione nella Val di Crati, in breve tempo fu ordinato sacerdote dal vescovo di Catanzaro.

Successivamente, nel 1177, fu designato quale nuovo abate dell’abbazia di Corazzo e nel frattempo si amplifica in lui il desiderio di incontrare il papa per illustrargli i commenti alle Sacre Scritture e le prime esposizioni basate sul suo pensiero esegetico. Il tentativo di incorporare Corazzo nell’ordine cistercense di Casamari non riuscì, nonostante la fama di sapienza e santità del religioso si fosse già diffusa nei cenobi italiani. In compenso Gioacchino fu accompagnato al cospetto del papa Lucio III a Veroli, poco distante da Casamari, così come desiderava da tempo. Il pontefice lo ricevette e con molto interesse e apprezzamento per gli studi che andava conducendo, lo esortò ad andare avanti con il suo lavoro chiedendogli di spiegare il significato celato in una profezia misteriosa rinvenuta tra le carte di un cardinale allora appena deceduto. Egli, nella sua Expositio de prophetia ignota, prontamente interpretò il testo come un’allusione alle persecuzioni successive della Chiesa da parte del potere imperiale, sottolineando che la stessa ha come missione anche quella di purificarsi attraverso la sofferenza.

 

Rimase a Casamari quasi un anno e mezzo dedicandosi tranquillamente ai suoi studi e alla stesura delle sue tre opere principali: la Concordia tra il Nuovo e il Vecchio Testamento, l’Esposizione dell’Apocalisse e il Salterio dalle dieci corde.

Ben presto si accorse che l’Ordine dei Cistercensi cui apparteneva non rispondeva del tutto alle sue aspettative e ai suoi ideali di vita monastica. A ciò si aggiunsero i primi dissapori con alcuni monaci che non condividevano il suo operato, considerandolo un visionario e facendo giungere le loro critiche fino al nuovo papa Urbano III che invece, incontrando Gioacchino a Verona, lo incitò ancora a continuare nella sua opera. Secondo un antico racconto, privo però di fondamento storico, da Verona, il monaco calabrese avrebbe raggiunto anche Venezia, dove influenzò la composizione dei mosaici profetici della Basilica di San Marco raffiguranti San Francesco d’Assisi e San Domenico di Guzman.

 

Tornato a Corazzo, dove nel frattempo l’ambiente era diventato a lui ostile, soprattutto a causa dei crescenti contrasti con il suo Ordine che lo considerava addirittura detentore di ideali pericolosi, decise di lasciare il monastero ritirandosi a Pietralata insieme a Raniero da Ponza, monaco cistercense suo seguace e in seguito legato pontificio in Spagna e in Provenza. Cercando la meditazione e la tranquillità sperate “scelse per sé un porto di quiete ed un angolo appartato e solitario”, nella Presila cosentina.

A questo periodo va datato un sermone feroce contro l’abate pronunciato da un cistercense molto noto: Goffredo d’Auxerre. Gioacchino da Fiore rispose alle accuse con un’opera nobile e sublime: Il Significato dei Canestri, nella quale esorta a non rispondere con la forza alla forza.

 

Nel 1188 egli si recò a Roma presso papa Clemente III nel tentativo di far incorporare il suo monastero nell’ordine cistercense; ancora una volta fu invitato a scrivere il suo pensiero per sottoporlo alla discussione e al giudizio della Santa Romana Chiesa. Il monastero inoltre fu inglobato dall’abbazia cistercense di Fossanova. Tornato a Pietralata si mise subito in cammino alla ricerca di un luogo adatto per un monastero nuovo, diretto verso la Sila “tra queste montagne freddissime, in cui potessero in qualunque modo abitare”. Gioacchino e i suoi compagni superarono l’altopiano silano iniziando l’opera di costruzione del nuovo monastero dedicato a San Giovanni Evangelista in una località che prese il nome di Flos, Fiore. Ciò fu reso possibile anche grazie alle donazioni e alle concessioni da parte del nuovo re Tancredi, impressionato dalle sue parole e dalla sua personalità, a cui Gioacchino si era rivolto qualche anno prima in cerca d’aiuto recandosi a Palermo. Proprio in quella occasione egli incontrò a Messina il sovrano inglese, Riccardo Cuor di Leone, diretto in Palestina per la terza crociata, a cui avrebbe predetto l’imminente vittoria. Nel frattempo il suo carisma profetico e la sua interpretazione dell’Apocalisse, ebbero ampia risonanza, tanto che poco dopo il viaggio siciliano egli si recò a Napoli, città in mano a Tancredi, ma assediata da Enrico VI, marito della principessa normanna Costanza d’Altavilla, il quale si riteneva l’erede legittimo del Regno di Sicilia. Gioacchino esortò l’imperatore svevo a ritirare un assedio inutile e dannoso, incitandolo a tornare con il suo esercito in Germania, poiché, in tempi molto brevi, avrebbe nuovamente conquistato quanto gli era dovuto. Il giovane imperatore fu molto colpito da queste parole, si ritirò in Germania a capo del suo esercito e dopo tre anni, alla morte di Tancredi, tornò senza combattere ad impadronirsi del Regno.

I contemporanei si convinsero presto che l’abate di Fiore avesse in sè il dono di predire il futuro, in realtà questa fu una visione distorta delle teorie gioachimite, interpretate in maniera molto approssimativa: i suoi ammonimenti non nascevano da poteri miracolosi, ma da previsioni basate su analogie degli eventi storici: riteneva infatti che la fase attraversata in quel momento dalla Chiesa fosse connessa a quella attraversata dal popolo di Israele prima dell’avvento del Messia. Enrico VI fu un grande estimatore di Gioacchino e il suo contributo permise al monastero di Fiore di svilupparsi superando le difficoltà incontrate.

Gioacchino infatti continuava ad essere oltraggiato e inveito dai cistercensi che gli ordinarono di rientrare subito a Corazzo, imposizione al quale non obbedì scatenando un nuovo periodo di crisi che si risolse soltanto nel 1196, quando il nuovo papa Celestino III approvò con la bolla Cum in nostra, andata purtroppo perduta, la Regola del nuovo ordine Florense. Tra il 1195 e il 1198 fu portato a termine il protocenobio di Fiore, in seguito altri monasteri florensi furono costruiti nei dintorni, favoriti dalla protezione apostolica di Papa Innocenzo III, dalla riconferma di possedimenti già acquisiti in passato, da nuove ricompense e donazioni e più tardi dall’esenzione dai tributi da parte del nuovo re Federico II, figlio di Enrico VI e Costanza d’Altavilla. Nonostante le distrazioni dovute alla riorganizzazione dell’Ordine e del monastero, Gioacchino da Fiore riuscì ad ultimare l’Esposizione dell’Apocalisse, a scrivere opere minori, Contro i Giudei e Contro gli avversari della fede cattolica, a completare il Salterio ed iniziare il Trattato dei Quattro Vangeli. Ma il suo testamento spirituale è contenuto nell’Epistola Prorogale in cui sottopone tutti i suoi scritti al giudizio papale, dichiarando la sua eterna fedeltà alla Chiesa. Il 1202 fu l’ultimo anno della sua vita, trascorso nella meditazione, nei suoi ultimi viaggi da Fiumefreddo a Pietrafitta per ricevere altre donazioni in suo favore. Gravemente ammalato fu sorpreso dalla morte il 30 marzo del 1202 a Pietrafitta. In seguito le sue spoglie furono trasferite nella chiesa abbaziale di San Giovanni in Fiore.

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